Miti e leggende rendono la Val di Fassa ancora più magica ed affascinante.
Attraverso i tanti racconti che legano il rapporto fra uomo e natura, uomo e divinità, possiamo comprendere infatti l’importanza del territorio per gli abitanti.
Fin dall’antichità la popolazione di questa valle ha sempre temuto di offendere le divinità legate a questi miti. Abbiamo raccolto per voi le fiabe e le leggende più coinvolgenti. Buona lettura

Il ghiaione di Gries – Madona de la Neif
Il giorno della Madonna della Neve il tempo era ancora bellissimo e un contadino di Gries decise di arare il suo campo. Proprio quel giorno un uomo passando di lì gli chiese perché volesse ararlo proprio quel dì di festa e il contadino rispose che non gli importava nulla della Madonna della Neve perché a lui interessava solo arare il suo campo. Appena pronunciate queste parole venne a piovere e quando la bufera cessò il campo del contadino non c’era più. Al suo posto vi era solo un ghiaione. La bufera aveva distrutto il campo del contadino lasciando però intatti tutti gli altri.

 Le origini del ghiacciaio della Marmolada – La Marmolèda
Molti secoli fa, dove ora si trova il ghiacciaio della Marmolada, vi era un’immensa e meravigliosa distesa di prati appartenenti ad una vecchia signora molto avara. Il giorno della festa della Madonna delle Nevi tutta la gente di Gries scendeva dagli alpeggi per onorare la Santa protettrice ed andare in processione. Quel giorno però cominciò a piovere e la donna, temendo che si bagnasse, decise di raccogliere il fieno che aveva lasciato ad essiccare sui prati. Alla gente che cercò di distoglierla dal compito che si era prefissata, la donna rispose che a lei della Madonna delle Nevi non importava nulla ma quello che le interessava era solamente avere il fieno asciutto. Da quel momento cominciò a nevicare fino a che la donna non fu seppellita: quella neve non si sciolse mai più. Nelle chiare notti di luna è ancora possibile sentirne i lamenti.

La leggenda dei Monti Pallidi
Il regno Dolomiti, tanto tempo fa, era ricoperto di prati e fiori, boschi e laghi incantati: tutti erano felici tranne il principe. Egli aveva sposato la principessa della luna, ma i due non potevano stare insieme perché lui non poteva sopportare l’intensa luce della luna che lo avrebbe reso cieco, mentre lei non poteva vivere tra i monti cupi e gli ombrosi boschi perché sarebbe morta di tristezza.
Un giorno mentre il principe vagava per i boschi, incontrò il re dei salvans, uno gnomo in cerca di una terra per il suo popolo. Il principe gli concesse di abitare le sue terre in cambio dell’aiuto dei nani.
Essi tessero la luce della luna e vi ricoprirono le Dolomiti. Da quel giorno il principe e la principessa vissero felici e contenti e le Dolomiti presero il nome di Monti Pallidi.

La ninfa del Lago di Carezza
Molti anni fa nel Lago di Carezza viveva una ninfa di particolare bellezza che con il suo canto melodioso deliziava tutti i viandanti che salivano al passo di Costalunga. Un giorno anche lo stregone di Masaré la sentì cantare e si innamorò della ninfa. Egli usò tutti i suoi poteri per conquistare la fatina del lago senza riuscirvi. Così lo stregone chiese aiuto alla strega Langwerda che gli consigliò di travestirsi da venditore di gioielli, di stendere un arcobaleno dal Catinaccio al Latemar e di recarsi quindi al Lago di Carezza per attirare la ninfa e portarla con sé. Così fece: stese il più bell’arcobaleno mai visto sino ad allora tra le due montagne e si recò al lago, ma dimenticò di travestirsi. La ninfa rimase stupita di fronte all’arcobaleno colorato di gemme preziose. Ma ben presto si accorse della presenza del mago e si immerse nuovamente nelle acque del lago. Da allora non fu più vista da nessuno. Lo stregone, distrutto dalle pene d’amore, strappò l’arcobaleno dal cielo, lo distrusse in milpezzi e lo gettò nel lago. Questa è la ragione perché ancora oggi il lago di Carezza risplende tutti gli stupendi colori dell’arcobaleno, dall’azzurro al verde, dal rosso all’indaco, dal giallo all’oro.

La leggenda di Soreghina
Nel meraviglioso scenario naturale delle Dolomiti nasce l’antica leggenda di Soreghina la figlia del Sol. Soreghina era una principessa la cui vita dipendeva dalla luce del sole; era costretta, secondo una profezia, di notte o nei giorni di cattivo tempo e senza la luce del sole, a dormire per non morire; ella sarebbe morta all’istante se fosse rimasta sveglia al buio.
Un giorno mentre Soreghina si trovava in mezzo ai prati trovò disteso a terra un giovane privo di sensi e gli fu prestato soccorso. Questo giovane era un valoroso guerriero chiamato Occhio della Notte (Ey de Net), scacciato dal regno dei Fanes perché, innamorato della principessa Dolasilla, aveva osato chiederne la mano al Re. Nella sua fuga precipitò da una rupe sopra la Val di Fassa.
Durante il periodo delle cure prestate da Soreghina i due giovani s’innamorarono, si sposarono e conducevano una vita felice. Soreghina abitava con Ey de Net in una capanna di legno, situata nel punto più soleggiato di una radura di fronte al monte Vernèl. I giorni felici, però, trascorsero veloci ed ecco arrivare l’autunno con le prime nebbie e nevi sulle cime. Nel pomeriggio di una fredda giornata giunse alla casa degli sposi un guerriero straniero, amico di Ey de Net. I due uomini parlarono a lungo in disparte e Soreghina fu presa dalla curiosità di ascoltare i loro discorsi. Così si avvicinò alla porta della loro stanza e sentì le parole che sottovoce Ey de Net rivolgeva all’amico: egli si sentiva legato a Soreghina da devota ed eterna riconoscenza, ma portava sempre indelebile nel cuore l’immagine della principessa Dolasilla.
L’amico se ne andò quando era già notte ed Ey de Net cominciò ad essere preso dal rimorso per il suo sentimento nascosto, un tradimento verso la dolce Soreghina. Allora, pentito della sua mancanza di lealtà, volle andare a vedere la sposa che sicuramente dormiva profondamente, come sempre, nel cuore della notte. Aprì la porta, e Soreghina, che si era appoggiata per ascoltare senza curarsi del passare del tempo, gli cadde tra le braccia senza vita. Era, infatti, giunto il buio della notte che aveva sorpreso Soreghina ancora sveglia; inesorabile la profezia si era avverata. A nulla valsero le grida di dolore di Ey de Net che le chiedeva disperatamente perdono.

 

Sara 

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